La mia elevatissima cultura musicale tende a ridursi a scarti di canzoni rubacchiate e pezzi più o meno accettabili trasmessi su Radio 2 alle 22.30, esattamente quando torno da danza.
Esattamente quando nessuno ha la voglia nè la forza di parlare.
Durante uno di questi momenti altamente catartici ho sentito una di quelle canzoncine del momento, che tutti sanno ma che nessuno nomina.
Ovviamente, il mio ritardatissimo io non è rinchiuso in questo insieme.
E' un motivetto stupido, ma ha un ritornello stupefacente.
E' talmente leggero da ricordare il tedio di un rubinetto che perde a intervalli regolari. Completamente senza peso.
E' il confronto con il titolo della canzone che mi ha tenuto in coma per mezz'ora.
Anche se una volta al secolo, è bello avere qualcosa da scrivere.
O piuttosto, è bello avere qualcosa da rileggere poi.
Perchè io ho la strana tendenza a dimenticare ciò che scrivo dopo qualche ora, probabilmente perchè non pensato a lungo.
Ed è questo, il bello.
Se dai la carica ad un carillon, quello prende a pizzicare le sue note prestabilite con una velocità sempre minore.
I primi secondi ti raggiungono con una melodia troppo rapida, che poi diventa perfetta, poi scema.
Le ultime note sono tremende.
Un gran spettacolo se toccate al termine dello spartito, la conclusione degna di dolce melodia.
Ma quanto sono aspre se il motivetto viene troncato a metà, stiracchiato nelle sue ultime note sempre troppo acute e fuori posto?
Gran bel libro, davvero.
Di quelli in cui l'autore impiega cinquanta pagine per sostenere che l'imperativo del verbo leggere non esiste.
Ognuno ha la possibilità di scarabocchiare, saltare pagine, archiviare il testo, maledire lo scrittore. Perchè l'uomo dovrebbe rendere dovere uno dei più piacevoli diritti dell'umanità?
Peccato che poi venga assegnato a scuola senza troppi sorrisi sulle labbra, perchè è ovvio che:
"Per sabato lo devi leggere".